Serena Maffia, Roma mi somiglia, prefazione di Davide Rondoni, Bagni a Rivoli, Passigli Poesia, 2017, pp.54, € 10,00

di Luigi Reina


Io non so se si tratta di una somiglianza per elezione di identità o se è il risultato di un processo di assimilazione culturale in anni ancora sensibili alle influenze esterne; so, però, che leggendo questa silloge di Serena Maffia qualche cosa induce  a pensare che veramente molte acque siano transitate sotto il ponte della poesia. Acque variamente ossigenate, limpide o sulfuree, precipitose o lente, selezionate o meno tra quelle che consentono collegamenti di alvei differenti, o ne imprigionano il flusso regolamentandone le relazioni e calibrandone il peso, tanto da creare un prodotto finito, al punto da nascondere le mutazioni avvenute.

Così sembra avvenga per una raccolta che mette al bando antropologia e storia, gioca con organizzazione ed espressione, e assembla parole che vi scorrono liquide simili a fantasmi di pesci in un placido fiume. I versi  si armonizzano nella frase a ritmare un discorso d’amore tutt’altro che scontato. Procedendo fluido, per argomentazioni serrate assai poco problematiche, il racconto diviene campo per una riflessione sull’amore in metafora, che è testimonianza aggiunta al sentire. Pensiero o passione vi utilizzano chiavi non dissimili il cui approdo è, alla fine, una sinfonica  registrazione di piccoli eventi che producono  vagheggiamenti o perdite, mai inquinando la naturale disposizione di apertura sorretta da fiduciosa attesa di altri eventi, per ulteriori escursioni.

Roma è lì che attende; offre senza riserve le sue trasecolanti bellezze a quanti sanno (oppure programmano) di somigliarle. Rimane se stessa sia che si prodighi in doni e sia che emetta richiami: “Roma alla sera profuma di Roma, e / non esiste stupore al tramonto/ che quello di Roma… /quando  i volumi ritagliano i marmi/ che diventano mari e navi e / scale e ponti come farfalle”. Impareggiabile incantatrice ad ogni ora del giorno o della notte, incoraggia l’automatica introiezione delle sue voci e dei suoi colori, delle sue fioriture profumate e della sua storia: luogo dell’anima, si fa esperienza,  psicologia, trasporto, donazione, quasi materializzata espressione (amato/amante) di quel serpente incantatore in funzione galeotta che agisce nell’intimo di chi ne è soggiogato.

Incanto non scopertamente cercato in questa raccolta, che non è un canzoniere d’amore, bensì una sua rappresentazione di genere, naturalmente vissuto e magari sognato nelle pause imposte dall’altro. E, se sottraete alla sofferenza di una Isabella prigioniera del castello, l’ansia di luce, di colori  di profumi e il libero gironzolare per strade  e piazze cittadine, sarete colti facilmente “in pensier d’amore” con una moderna Eva che testimonia il riscatto in poesia attraverso una inedita referenza d’aura. È questa che rende delicati  gli effetti prodotti dalla mediazione linguistica e li coniuga, in invariata tonalità, con gli effetti musicali e gli enunciati personali tendenti a valorizzare gli approdi distensivi in sinestetiche bonacce ospitali per esigenze sublimate di reiterazioni di eventi.

Ed è l’amore a rendersene garante nel proporre miraggi di “frutto succoso / imbevuto di mare” capace di creare condizioni di favorevole abbandono, fosse anche “su uno scoglio di alghe aderenti… sulla pietra salata”, così come tra i documenti o i monumenti che per metaforica espansione divengono “mari di sole” per una “città zattera”. Ancora e sempre Roma; ma anche  Napoli, Firenze, Assisi, Palermo. Perché tutte hanno perso il segno delle culture genetiche Trattasi di visioni innamorate,  profluvio di liquide immagini  partecipate fantasticamente come in un sogno di turisti rapinosi di visioni ricordevoli o in un gioco di bimbi tra i ruderi o in figurazioni di voli.

 

Luigi Reina

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